Zodiaco Tibetano
Dodici animali e cinque elementi, letti attraverso il White Beryl
I Segni
Storia e Origini
In Tibet l’astrologia non è un passatempo popolare ma una delle scienze classiche. Con il nome di rtsis-kyi rig-gnas, «la scienza del calcolo» (in sanscrito jyotirvidyā), è annoverata fra le cinque scienze minori del sapere tibetano. La tradizione scolastica, come la riassume 'Jam-mgon Kong-sprul nell’Ottocento, la divide in tre rami: l’astrologia propriamente detta (skar-rtsis), di origine buddhista indiana; la «conquista marziale» (gYul-rgyal), di origine śivaita nepalese; e la divinazione degli elementi ('byung-rtsis), di origine buddhista cinese. I dodici animali e i cinque elementi di questo zodiaco appartengono al terzo ramo. I tibetani lo chiamano anche nag-rtsis, il calcolo «nero» o cinese, da rGya-nag, la «terra nera», il loro nome per la Cina. Lo contrappongono al dkar-rtsis, il calcolo «bianco» dell’astrologia indiana, dal nome di rGya-gar, l’India. Edward Henning descrive il risultato come due sistemi «che i tibetani hanno di fatto sintetizzato», con «alcuni dettagli che sembrano avere origine nel Tibet antico». Philippe Cornu aggiunge come ulteriore fonte la religione indigena Bön.
I tibetani raccontano l’origine della divinazione degli elementi come una leggenda ambientata in Cina. Al mitico imperatore Fuxi, che la tradizione colloca fra il 2853 e il 2738 a.C., fu offerta una tartaruga d’oro, e mentre la osservava gli sorsero per la prima volta nella mente i disegni degli otto trigrammi. Da essi nacquero i sistemi fondati sui trigrammi, sui nove quadrati numerici e sul ciclo dei dodici anni. Il buddhismo cinese attribuisce il primo insegnamento al bodhisattva Mañjughoṣa sul monte Wutai (Wu Tai Shan). Secondo una tradizione, gli elementi uscirono dal suo corpo: il ferro dal suo spazio interiore, il legno dal respiro, l’acqua dalla saliva, la terra dalla vista e il fuoco dalla spada. Intorno alla tartaruga d’oro stavano «dodici figli maschi e femmine» che diedero il nome agli anni, ai mesi, ai giorni e alle ore. Sono i dodici animali. Lo-chen Dharmaśrī spiega perché il Topo li guida. Quando Mañjughoṣa insegnò per la prima volta la divinazione, il grande spirito signore del suolo, The-se, stava a nord-nord-est, la direzione del Topo, «e per questa ragione l’anno del topo fu posto all’inizio». Le fonti datano il momento in modo diverso. Gyurme Dorje fa emanare Mañjughoṣa sulla vetta centrale del monte in un anno del maiale di legno maschio; Henning cita testi Phugpa che collocano lo stesso evento il quindicesimo giorno del mese della Tigre di un anno del Topo di Legno maschio, «che risulta essere l’837 a.C.».
Gli animali giunsero in Tibet, secondo le storie tibetane, fra il VII e l’VIII secolo. La divinazione degli elementi fu introdotta per la prima volta sotto il re gNam-ri Srong-btsan (circa 560–630), ma allora non si diffuse, perché non c’erano testi disponibili. Il passo decisivo venne con suo figlio Srong-btsan sGam-po e la sua regina cinese, che Dorje chiama Wencheng e Henning e Cornu chiamano Kongjo. Henning data il suo arrivo a Lhasa al 641, «insieme alle prime traduzioni in tibetano dei metodi astrologici cinesi». Il re e la regina mandarono quattro tibetani intelligenti a studiare in Cina con il maestro 'Bar-ba Tshom-tshom. Insieme tradussero nove tantra, tre commentari e quindici tavole divinatorie. Altre traduzioni seguirono nell’VIII secolo con una seconda principessa cinese, Jincheng. Sotto il re Khri-srong lDe'u-btsan, il maestro cinese Sems-brtse insegnò le «quattro porte»: gli anni d’ostacolo, il matrimonio, la geomanzia e la morte. Altre ondate di traduzioni arrivarono nel X e nell’XI secolo. Le fonti stesse invitano alla prudenza su questa storia. Cornu scrive che l’attribuzione a Kongjo si basa su «fonti tibetane tarde» e «non è affatto certa». Dorje osserva che «nessuno dei molti testi che si dicono tradotti dal cinese in tibetano sembra essere noto ai sinologi contemporanei», e che molti potrebbero essere composizioni tibetane.
Il modo in cui i tibetani danno il nome agli anni viene da due cicli di sessant’anni, uno cinese e uno indiano. Il ciclo indiano viene dal Kālacakra Tantra, che secondo la tradizione fu tradotto in tibetano nel 1027. Quell’anno era Prabhava (rab-byung), il primo del ciclo indiano. Da allora i tibetani contano la loro storia in cicli rab-byung: il sedicesimo è iniziato nel 1927, il diciassettesimo nel 1987, e il diciottesimo inizierà nel 2047. Nell’uso quotidiano, però, un anno prende quasi sempre il nome dal ciclo cinese. Il nome ha tre parti: uno dei cinque elementi (legno, fuoco, terra, ferro o acqua), un genere e uno dei dodici animali. Ogni elemento dura due anni consecutivi. Il genere segue sempre l’animale: Topo, Tigre, Drago, Cavallo, Scimmia e Cane sono maschili; Bue, Lepre, Serpente, Pecora, Uccello e Maiale sono femminili. Il ciclo cinese si apre con il Topo di Legno maschio tre anni prima di quello indiano, così ogni rab-byung comincia con un anno della Lepre di Fuoco femmina, come accadde sia nel 1027 sia nel 1987. Henning porta un esempio: il 1989 è il «Serpente di Terra del 17° prabhava». Il Tibet conta anche un’era regale a partire dal 127 a.C., in cui l’anno cominciato all’inizio del 2006 è l’anno 2133.
L’opera di riferimento per tutto questo è il White Beryl (Vaiḍūrya dKar-po), scritto dal reggente Sangs-rgyas rGya-mtsho (1653–1705). Governò il Tibet dal 1679 e completò il Palazzo Rosso del Potala. Scrisse il White Beryl fra il 1683 e il 1685 per celebrare un nuovo ciclo di sessant’anni, che nella divinazione degli elementi cominciava con l’anno del topo di legno del 1684. Dei suoi trentacinque capitoli, quelli dal 20 al 32 trattano la divinazione degli elementi. Nel 1695, riferisce Dorje, il reggente fondò lo sMan-rtsis-khang di Lhasa, dove medicina e astrologia si insegnavano insieme. Accanto al White Beryl sta il Moonbeams ('Byung-rtsis man-ngag zla-ba'i 'od-zer) di Lo-chen Dharmaśrī (1654–1717), scritto nel 1684. Dorje lo definisce importante per la tradizione Phugpa ancora viva, perché «il più ampio White Beryl … ha oggi una trasmissione interrotta». Il calendario Phugpa risale al 1447 ed è ancora il più usato, accanto alla tradizione Tsurphu.
Un anno di nascita, nel computo tibetano, è più di un animale: porta con sé un insieme di forze personali. Ciascuno dei sessant’anni ha quattro aspetti elementali. Il primo è la vitalità (srog), «l’essenza vitale presente nel cuore … dal momento della nascita fino al momento della morte». È fissata dall’animale ed è l’elemento della sua direzione: legno per la Tigre e la Lepre, fuoco per il Serpente e il Cavallo, ferro per la Scimmia e l’Uccello, acqua per il Topo e il Maiale, terra per il Bue, il Drago, la Pecora e il Cane. Il secondo è il corpo (lus), che governa la salute. Il terzo è il potere o destino (dbang-thang), che governa «la ricchezza, i beni, il cibo, il vestiario e la discendenza», ed è l’elemento che dà il nome all’anno. Il quarto è la fortuna, il cavallo del vento (rlung-rta), che sta per «la buona sorte e la buona reputazione». Si aggiunge spesso una quinta forza, lo spirito vitale (bla): l’elemento che è «madre» della propria vitalità. Dorje sottolinea che in questo sistema buddhista «destino» significa «l’effetto di maturazione delle … azioni passate (karma) e non … un fato predeterminato e irreversibile». Ogni anno gli almanacchi confrontano ciascuna forza con l’elemento del nuovo anno e la segnano con un sassolino bianco o nero. Quando una forza è debole, ci sono riti per rafforzarla: un riscatto per la vitalità, bandiere di preghiera innalzate per il cavallo del vento.
Come i tibetani usino davvero tutto questo lo descrive il Dalai Lama nella prefazione al libro di Dorje. Le decisioni importanti, «come i matrimoni o gli accordi d’affari», vengono spesso prese solo dopo aver consultato una divinazione. Quando nasce un bambino, «vogliono conoscerne le prospettive». I calcoli li fanno gli astrologi, «che lavorano e si formano insieme alla professione medica tibetana». Gli istituti sMan-rtsis-khang di Lhasa e di Dharamsala compilano ancora l’almanacco annuale (lo-tho) per il pubblico. La maggior parte delle persone, scrive Dorje, ricorre a tavole semplificate e ad almanacchi stampati o, più spesso, al rosario, ai dadi o ad altri metodi; i calcoli completi sono lasciati agli specialisti. Dorje sottolinea che le previsioni «non sono considerate deterministiche, ma cautelative e prescrittive». Se i presagi sono negativi, si compiono riti per neutralizzarli: recitazioni, mantra, offerte di fumo, croci di fili, amuleti e le bandiere di preghiera che si vedono in tutto il paesaggio tibetano. L’anno comincia con il Losar, fra febbraio e marzo. L’anno tibetano è vicino all’anno lunare cinese ma non identico: secondo Cornu, circa un anno su tre l’anno cinese comincia un mese prima.
Il quadro onesto che ne emerge è quello di una sintesi. I dodici animali arrivarono in Tibet dalla Cina, e Henning osserva che a volte vengono chiamati, «a torto, lo zodiaco cinese». In Tibet vivono dentro un sistema che non è più semplicemente cinese. Henning scrive che i calcoli del calendario vengono soltanto dal Kālacakra indiano, mentre i nomi degli anni e la maggior parte dei simboli dell’almanacco vengono dalla Cina. La sintesi delle due cose è tibetana, e lo sono anche, sospetta Dorje, molti dei testi che si dicono venuti dalla Cina. Le fonti sono franche anche sui limiti della tradizione: Henning scrive che la forma più diffusa del calendario, quella Phugpa, «è oggi in uno stato pietoso», bisognosa proprio della riforma che la letteratura del Kālacakra incoraggia. La conclusione di Dorje colloca la divinazione degli elementi dove la collocano i tibetani stessi: essa «non contraddice le comprensioni più alte del buddhismo», ma offre «un approccio sistematico alle esigenze della vita convenzionale».
Fonte: G. Dorje, Tibetan Elemental Divination Paintings: Illuminated Manuscripts from the White Beryl of Sangs-rgyas rGya-mtsho with the Moonbeams Treatise of Lo-chen Dharmaśrī (London: John Eskenazi & Sam Fogg, 2001), pp. 8, 11–19, 46–57, 66–70, 399–421; E. Henning, Kālacakra and the Tibetan Calendar (AIBS/Columbia University Press, 2007), pp. xiv, 1–3, 141–173, 223, 306–307, 368–369; S. Janson, Tibetan Calendar Mathematics (Uppsala, 2014), pp. 8–9; Ph. Cornu, Tibetan Astrology, tr. H. Gregor (Boston & London: Shambhala, 1997), pp. 6, 15–30, 77, 85–100, 154